Capolavoro del drammaturgo francese Jean Giraudoux (1882 – 1994), “la guerra di Troia non si farà” allude a un momento cruciale della storia d’Europa. Diplomatico di carriera, ferito due volte durante la I guerra mondiale, Giraudoux visse un’epoca che vide l’istituzione della Società delle Nazioni, ma anche l’affermarsi del fascismo e del nazismo.Scritta e rappresentata per la prima volta nel 1935, l’opera rivisita il mito della Guerra di Troia mettendo in luce le meschinità umane e i conflitti di interessi che si nascondono dietro le dichiarazioni ufficiali e le cosiddette “ragioni di stato”.

Motore essenziale dell’opera sono i dialoghi tra i personaggi, sullo sfondo di una città minacciata da una guerra imminente, scaturita da un futile pretesto come il rapimento di una donna. “La guerra di Troia non si farà” presenta il contrasto antitetico fra fautori della guerra vista come portatrice di coraggio e di illusioni epiche, e sostenitori della pace attraverso l’idealizzazione delle migliori virtù del genere umano.Girardoux usa una molteplicità di sfumature per raccontare la sua storia: dal comico al drammatico, dalla fantasia poetica, alla satira, al linguaggio a volte aulico a volte volgare e perfino alla parodia.

I personaggi conosciuti attraverso il mito si scoprono sorprendentemente moderni.La storia colpisce per la sua tragicità, dal momento che sin dall’inizio del dramma tutti già sappiamo il destino finale della città. A rendere tragica la storia agli occhi dei suoi personaggi è l’ineluttabilità del destino, l’unico vero padrone del mondo dove anche gli dei sono spettatori ma si fingono padroni, rivelandosi falsi e impostori. A commuovere è lo slancio sentimentale, dell’autore innanzitutto ma anche di coloro che nella storia parlano per voce sua (Ettore, Andromaca, Ecuba, ma anche Ulisse e perfino la piccola Polissena), di coloro che di fronte al destino inevitabile ma al contempo inaccettabile combattono e si oppongono.

Il generoso sforzo di coloro che in ogni modo cercano di salvare la pace e quindi la vita diventa una ferma condanna della guerra come rito sociale e dei mezzi obliqui con cui essa si manifesta: l’ebbrezza fisica, l’esaltazione di sfrenato amor proprio, di provocazione ingiuriosa, di falsi pretesti. Un messaggio forte e, in fondo, quanto mai attuale.