Tratto dall’omonima favola, “I Vestiti Nuovi dell’Imperatore” racconta la vicenda di un vanitoso e arrogante sovrano, dedito unicamente ai festeggiamenti, al proprio guardaroba e allo sperpero di denaro. Incurante del popolo e della povertà di cui è causa, riceverà una lezione appropriata da due imbroglioni, che tenteranno di convincerlo dell’esistenza di un abito, visibile soltanto a chi è in possesso di un’intelligenza superiore ed è degno della carica che ricopre. L’orgoglio e la superbia porteranno l’Imperatore ad accettare una sfida nei confronti di se stesso e del proprio potere, dando vita a un effetto domino catastrofico…

“I vestiti nuovi dell’imperatore prende un nuovo senso nell’era del declino della sovranità statale. Al centro del racconto c’è un re più preoccupato della sua immagine che degli affari di Stato. Poco accorto, affida a due imbroglioni la gestione della sua immagine, un po’ come un capo di Stato che oggi fa appello agli esperti di comunicazione. Gli imbroglioni di Andersen, come gli spin doctors dei nostri giorni, sono convinti che solo la percezione conti e che abbiano il potere di influenzarla grazie al filo d’oro degli elementi discorsivi, al tessuto delle storie e alla seta dei sondaggi. Il re è nudo ma gli abiti falsi dello storytelling lo rendono degno di ammirazione e gli consentono di smascherare gli «imbecilli» che non credono al potere della comunicazione.  L’imperatore di Andersen è un magnifico ritratto dei nostri capi di Stato indeboliti. Spogliati del potere di agire, che è scivolato dalle loro mani in quelle delle multinazionali e dei mercati finanziari, la loro autorità è appesa al fragile filo della credenza collettiva. A essere eletto non è tanto chi riesce a convincere della propria capacità di agire, ma del suo potere illusionistico. «Yes we can». «Insieme tutto è possibile». «Il cambiamento è adesso».  (Christian Salmon, “la Stampa“)